Una
PiviP Gennaio 21st, 2007
di Patricia Clough?
QUAL E’ il futuro delle piccole località collinari dell’Umbria? È possibile farle rimanere delle comunità economicamente prospere senza distruggerne bellezza, ambiente e qualità della vita?
Sono domande che hanno acquisito una drammatica urgenza a Trevi, i cui residenti sono stati turbati da due fatti che minacciano in modo serio l’ambiente e il futuro della loro cittadina. Tanto per iniziare c’è la terza cava.
Dopo decenni di proteste da parte degli abitanti della frazione di Manciano, contro la distruzione del verde, il disturbo e i danni delle esplosioni, la polvere e il continuo traffico pesante generati dalle due già operanti nella zona, la Comunanza Agricola ha inspiegabilmente acconsentito all’apertura di un’ulteriore cava nei paraggi. Ciò cancellerebbe decine di ettari di bosco e inghiottirebbe gran parte della collina in una delle zone più belle del Comune.
Una zona dove numerosi forestieri, sia italiani che esteri, si sono stabiliti in vecchie case rurali abbandonate, ripopolando la zona e immaginando di trovarvi un loro piccolo angolo di paradiso.
Poi il consiglio comunale ha approvato il progetto di un vasto villaggio turistico, su di un leggero declivio lungo la vecchia Via Flaminia; sessantamila metri cubi di cemento, cento villette a due piani, una grande “casa madre” e un “centro benessere” con annessa piscina. Tutto questo in un momento in cui gli alberghi della zona faticano ad andare avanti per mancanza di ospiti. Se già la combinazione di una nuova cava e di un villaggio turistico appare illogica, c’è di peggio. Il complesso verrebbe costruito in un punto della Flaminia che è proprio di fronte a una zona industriale densamente occupata e che ospita due fabbriche di prodotti chimici. Non certo l’ambiente che i villeggianti cercano quando vengono in Umbria.
Per nostra fortuna i turisti attratti dagli antichi paesini sulle colline dell’Umbria e dai loro tesori sono per la maggior parte colti, relativamente benestanti e individualisti. Amano i bei paesaggi, l’arte e l’architettura, ma detestano le folle. Come il tartufo, un turismo del genere fiorisce solo dove vuole, nelle condizioni adatte: in luoghi tranquilli, carichi di fascino e di bellezza. Soprattutto è un turismo che sembra preferire gli agriturismi e le case vacanza agli hotel tradizionali. Non ha senso tentare di coltivarlo in massa, in ambienti affollati e poco gradevoli, per esempio vicino al rumore e alle esalazioni di una strada trafficata, di una ferrovia e di un folto agglomerato di fabbriche e capannoni.
Naturalmente si da per scontato che chiunque stia pensando di investire milioni di euro in una tale impresa sappia tutto ciò. È il motivo per cui gli abitanti di Trevi temono fortemente che questo non sia un vero progetto turistico, ma soltanto un modo per rendere edificabile terreni che non lo erano prima. Il pretesto, va detto, è bonificare una zona di degrado su cui si trovano numerose serre abbandonate da tempo e ormai in rovina un degrado che un paio di giorni di lavoro con delle ruspe basterebbe a eliminare. Una volta che l’insediamento - che sorpresa! - dimostrasse di non riuscire ad attirare ospiti, c’è il sospetto che verrebbe trasformato in una zona residenziale, se non peggio.
Trevi fa parte dei “Borghi più belli d’Italia” e di “Slow City”, due organizzazioni il cui scopo è conservare e valorizzare il patrimonio dei piccoli centri. Il Comune non si stanca di ripetere che l’ambiente e il turismo sono sue priorità assolute. Ciò nonostante, sembra che certe forze siano in grado di convincere chi prende le decisioni che progetti contrari all’ambiente possano in realtà salvarlo e che lavori e guadagni derivanti da ulteriori industrie non rovineranno chi vive del turismo. Preoccupati dal lungo, costante e sistematico deterioramento del loro territorio, gli abitanti di Trevi si stanno mobilitando per contrastare quelle forze e proteggere ciò che resta del verde prima che sia troppo tardi. L’associazione Trebis (info@trebisonlus.it), nata da poco ma in rapida crescita, è stata fondata per chiedere non soltanto che i due progetti vengano bloccati, ma anche che in futuro i cittadini siano informati e consultati sulle scelte che influiscono sul loro ambiente e sul valore delle loro abitazioni, invece di essere messi di fronte al fatto compiuto come nel caso del “villaggio turistico”. Soprattutto intendono far partire un dibattito generale sul futuro del territorio trevano, per proporre soluzioni alternative che lo conservino e lo migliorino, invece di distruggerlo. I suoi membri stanno già lavorando ad alcune proposte concrete.
Il motivo è che la logica “industrie + cemento = benessere” appartiene al secolo scorso, non ultimo perché la globalizzazione minaccia molte delle piccole industrie che in passato avevano sollevato questa zona dalla povertà agricola. Comunità quali Trevi, a cui manca per esempio il vantaggio di vigneti pregiati e di affreschi di fama mondiale hanno bisogno di guardare avanti, al di là delle miopi pressioni locali, al di là di un turismo comunque soggetto alle incertezze dell’economia e delle mode, verso il mondo del ventunesimo secolo. Un mondo in cui ci si è resi conto che sono sopratutto le “industrie dell’intelletto” a poter mantenere il benessere dei paesi sviluppati in un pianeta sempre più competitivo.
Ininfluente per l’Umbria? Niente affatto. La regione non richiama solo i turisti. Già diversa gente da fuori è venuta ad abitare e a lavorare qui, attratta dal paesaggio, dalla cultura, dalla qualità della vita, da costi relativamente bassi e dalla possibilità di far crescere i bambini in una società sicura e sana. Anche perché Internet e gli altri mezzi di comunicazione odierni permettono di svolgere qui i lavori che una volta li tenevano inchiodati alle grandi città. Fra gli altri ci sono accademici, architetti di fama internazionale, operatori dell’industria cinematografica e giornalisti. Il passo successivo sarà attrarre non solo individui, ma anche aziende e organizzazioni i cui membri sarebbero più che felici di stabilirsi qui: centri di ricerca scientifica, medica, accademica, agricola o ambientale, per esempio, ma anche marchi di biotecnologia, informatica ed elettronica, fino a istituti di specializzazione accademica o di aggiornamento professionale. I grandi palazzi e ville nei centri storici e nei dintorni, ora in gran parte vuoti, potrebbero avere nuova vita. Voli regolari dall’aeroporto di Perugia verso più città italiane ed estere sarebbero un potente incentivo. Una “Silicon Valley” umbra? Perché no, a patto che sia compatibile con l’ambiente. Le incomparabili doti di piccoli centri come Trevi non dovrebbero essere svendute pezzo per pezzo, ma sfruttate per garantire un futuro prospero. Certo, ci vogliono lungimiranza, determinazione e uno sforzo considerevole, ma alla fine per i nostri giovani ci sarebbero prospettive migliori che non lavorare come camerieri in hotel deserti.
Il Messaggero del 09 gennaio 2007
Traduzione dall’inglese di Paolo Livorati.
Patircia Clough, scrittrice inglese ed ex-corrispondente del Times e dell’Independent. In Italia vive a Trevi dal 1999